Il folletto dei refusi

C’era una volta uno scrittore di nome Gigetto, ma tutti lo chiamavano Getto. Scriveva solo di notte. Dal tramonto all’alba, scriveva lesto lesto. E al mattino, al primo chicchirichì del gallo, andava a coricarsi senza rileggere subito i suoi scritti. Erano i famosi scritti di Getto.

Era uno scrittore celebre in tutta la nazione. Pubblicava romanzi, fiabe e racconti. I suoi libri erano ovunque: nelle librerie, in edicola e nelle biblioteche comunali. Non era raro trovare gli scritti di Getto anche in salumeria e nelle sale bingo. Oltre ai libri, scriveva per i maggiori quotidiani e periodici, era ghostwriter per alcuni noti politici ed era anche un abile inventore di slogan pubblicitari. Riusciva a scrivere di tutto ed era molto apprezzato per la sua grande versatilità, precisione e velocità con cui portava a termine ogni lavoro.

Tuttavia Gigetto era quasi sconosciuto nella cittadina in cui viveva. I suoi vicini lo consideravano una specie di eremita perché non lo si vedeva quasi mai, né per strada né dentro l’unico bar-trattoria del paese. Lo si poteva incontrare solo di rado quando usciva a imbucare le lettere, due o tre volte a settimana, per spedire i suoi preziosissimi scritti agli editori, alle redazioni di giornali e ai suoi amici di penna di un certo livello: scrittori come lui, intellettuali depressi, direttori cocainomani di agenzie pubblicitarie e addetti stampa delle ambasciate presso lontane dittature sub-equatoriali.

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Lo scrittore Gigetto, detto Getto

Viveva solo soletto, lo scrittore Getto. La sua unica compagnia era un vecchio gatto, grasso e pigro, di nome Leonardo. Il grasso felino gli faceva compagnia mentre scriveva, era buono e silenzioso. Miagolava solo per fargli capire che aveva fame. A quel punto Getto, cascasse il mondo, anche se stava per trovare il finale perfetto a una delle sue storielle, doveva lasciar cadere la penna e dedicarsi al gatto Leonardo per preparargli la pappa. Leonardo, fatto strano per un gatto, amava solo il formaggio. Disdegnava le lische di pesce. Di croccantini neanche a parlarne. Mangiava solo fettine di gruviera. Al limite si sarebbe accontentato di un pezzetto di grana o di parmigiano. Altro non mangiava.

Anche quella notte, dopo il lungo lavoro, Getto infilò i fogli sotto una grossa pietra sulla scrivania: avrebbe riletto tutto appena sveglio, a mente fresca. Perché è vero che Gigetto scriveva di getto, ma non era mica fesso: i suoi scritti li rileggeva uno ad uno, ma solo il giorno dopo. Si svegliava a mezzogiorno e dopo una piccola colazione rileggeva ad alta voce quello che aveva scritto. Poteva essere un capitolo di un libro, un articolo di giornale, uno slogan pubblicitario o l’invenzione di un nuovo nome per un prodotto da lanciare sul mercato. Getto era preciso ed estremamente pignolo: mai avrebbe permesso che un errore o la più innocente delle sviste mettesse a rischio il suo lavoro.

Mentre leggeva declamando con enfasi, rivolgeva l’attenzione ora alla sua figura riflessa nello specchio, ora al gatto Leonardo che sonnecchiava sulla vecchia poltrona rovinata. Cambiava qualche frase, trovava un sinonimo, correggeva errori, sintetizzava tutto per dare alle sue parole la massima scorrevolezza, sonorità ed efficacia.

Poi ricopiava tutto battendo i testi con la macchina per scrivere. Piegava i fogli in tre e li imbustava. Scriveva l’indirizzo dell’editore o della redazione e infine scendeva giù in paese per imbucare le lettere nella cassetta rossa dietro l’ufficio postale. Solo allora si concedeva una capatina al bar-trattoria per fumarsi un sigaro e bere un cognac.

Tutto andava a meraviglia, finché un giorno non si vide recapitare un telegramma dal postino:

Maxima delusione per Suo scritto. Rapporto lavorativo interrotto.

Questo recitava la stringa. Era il direttore della rivista letteraria “Orizzonti d’angoscia”, pubblicata dalla Puzzoni&Puzzoni Editori, che gli comunicava la fine di una collaborazione pluriennale. Nel giro di pochi giorni si susseguirono altri messaggi:

Non si permetta mai più di inviare altri lavori. Contratto chiuso.

Era il messaggio della contessa Sprezzan de Lollis, nota fan del Lexotan e caporedattrice della “Gazzetta del giorno dopo”, quotidiano ormai démodé, ma con un séguito di nonne di tutto rispetto.

E ancora, dall’agenzia pubblicitaria Saatchenti & Saatchenti:

Ultimi slogan vero schifo. Prox volta li mandi a sua madre.

Getto era distrutto. Cercò il gatto Leonardo che da un po’ non si faceva vedere. Forse è fuori a far le fusa al lattaio, pensò Getto, ma anche a tarda sera di Leonardo non c’era traccia. Solo quando tornò al pesante tavolo di legno per lavorare ai suoi scritti, Getto trovò una lettera. Era un messaggio di Leonardo che diceva:

Sono Leonardo,
per essere tigre
son troppo codardo.
Non sono un leone
e nemmeno un leopardo.
Somiglio ad un gatto,
ma io me ne sbatto…
Non dirlo mai in giro:
In realtà sono un ratto.
Leonardo il gatto ratto, matto per il formaggio

Il povero Getto mai avrebbe pensato che Leonardo sapesse scrivere, né tantomeno che fosse un ratto. A quel pensiero, sbiancò e lasciò cadere penna e calamaio.

Si chinò a raccogliere la penna, ma al suo posto trovò una pinna. Una pinna da subacqueo. E al posto del calamaio, un grosso calamaro rosa riverso per terra. Era un vero e proprio cefalopode, tutto lucido e imbrattato del suo stesso inchiostro, che agitava i tentacoli mentre i suoi grandi occhi neri fissavano lo scrittore. E non si capiva se fosse più grande lo stupore del calamaro o di Getto, che non riusciva a dare un senso alla bizzarra situazione. Prese pinna e calamaro e andò a buttarli nel cestino della spazzatura. Poi ci ripensò, riprese il calamaro e lo mise in frigo: sarebbe stato buono al forno.

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Pinna e calamaro

Decise di accendere un’altra candela per fare più luce nella casetta a quell’ora inoltrata della sera. Doveva vederci chiaro. Ma quando sfregò il fiammifero e avvicinò la fiammella alla candela, invece del lume trovò una lama. Cacciò un urlo, Gigetto, un urlo così acuto che si udirono i cani randagi abbaiare ed ululare come ossessi per tutto il vicinato. Il taglio sul dito era profondo, corse a cercare un cerotto, una garza, qualcosa per tamponare il sangue che scorreva a fiotti. Aprì la cassetta dei medicinali e al posto delle garze trovò tre gazze. Tre gazze ladre che subito spiccarono il volo in cerca di qualcosa da rubare. Ma non trovarono nulla in quella casa piccola e spartana. Getto riuscì ad aprire la finestra per far volare fuori i tre uccellacci.

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Le garze si tramutarono in gazze

Decise che per quella giornata poteva bastare e così andò a coricarsi, ma non riusciva a prender sonno, ferito e spaventato com’era. Non chiuse occhio. E in quello stato quasi magico tra la veglia e il sonno, cominciò a fantasticare. Vide se stesso mentre si accingeva a calzare una scarpa che, all’istante, si tramutò in scerpa. Un piccolo incazzosissimo scerpa che si divincolava per non essere calzato dal piede di Getto e che gli urlava contro orribili bestemmie tibetane. Poi gli venne in sonno, come nella fiaba di Pinocchio, il grillo parlante che iniziò a farfugliare cose senza senso: infatti non era un grillo, ma un grullo parlante che farneticava senza un briciolo di logica. I suoi sogni erano sicuramente segni, ma di cosa? Gigetto non sapeva più se sentirsi a letto o a lutto. Stava perdendo il senno o era semplicemente sonno?

Finalmente, nel cuore della notte, cadde addormentato.

 

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Gigetto a letto

Il giorno dopo, il postino consegnò a Getto un grosso pacco. Conteneva altri scritti rifiutati che gli erano tornati indietro. Iniziò a sfogliare tutte quelle carte: i suoi racconti, i suoi articoli, le recensioni e gli spot pubblicitari a cui aveva tanto diligentemente lavorato. Erano pieni di errori. Refusi su refusi. Accenti sbagliati, apostrofi dove non avrebbero dovuto essere. Congiuntivi a casaccio e consecutio temporum ad minchiam.

Getto ebbe un tracollo. Restò a frignare tutto il giorno in casa, distrusse due sedie e prese il muro a testate finché non venne sera. Rannicchiato in un angolo buio della sua casetta, Getto singhiozzava, non aveva più lacrime, ma solo domande senza risposta.

In quel momento, dal buio più profondo della stanza, si staccò dall’ombra una figura minuta e storta. Chi sei tu? Gli urlò Getto terrorizzato. Hihihehe, si sentì ridacchiare con un suono stridulo, sono il folletto dei refusi.

Era alto poco più di mezzo metro, la testa grande quanto un pallone da calcio, gambe e braccia rachitiche e sproporzionate rispetto al resto del corpo.

Chi ti ha fatto entrare? Fuori da casa mia! Getto urlava terrorizzato, mentre il piccolo essere si avvicinava lentamente fissandolo con i suoi occhi grandi e penetranti, luminosi al buio come quelli di una civetta.

Cosa vuoi da me, bestia immonda, sta’ lontana! Getto non sapeva più cosa fare, completamente in preda a convulsioni di terrore. Allora il folletto iniziò a parlare con una voce acuta e fastidiosa:

Buon Gigetto, detto Getto, io ti leggo nel pensiero…

Anticipo la penna e ti svio dal sentiero.

Intervengo a gamba tesa quando scrivi dell’amore:

sarò per i tuoi scritti peggio di un tumore.

Puoi scrivere di storia, religione o canottaggio…

il mio solo scopo sarà il tuo sabotaggio.

E ora che dimoro in questa squallida baracca

farò di tutto perché tu vada in vacca.

 

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Il folletto dei refusi

Ricordi il tuo racconto per la rivista di viaggi? Continuò il folletto pregustando l’effetto che le sue parole avrebbero sortito, mentre a Getto tremavano i polsi in attesa di una rivelazione… Ricordi quella descrizione della giungla popolata da bestie selvatiche? Ebbene, io ho trasformato il tuo branco di leoni feroci in un bivacco di peoni froci. E gli alligatori che sguazzano nei fossi son diventati allibratori che sgozzano dei fessi.

Getto era basito. Ormai era evidente: la sua carriera era finita. E non c’era nulla che potesse fare. Passarono giorni, mesi, anni, ma il folletto non abbandonò mai quella casa. Getto divenne vecchio e ancora più solo. Smisero tutti di cercarlo. Di tutti quei refusi si fece una ragione. Smise di scrivere, ma conservò l’abitudine di immaginare storie e racconti che prendevano vita solo nella sua testa. Muoveva le dita nel vuoto, come a scrivere un racconto, ma non mise mai più neanche una riga nero su bianco, tanto grande era il terrore di fare un altro errore, fosse anche il più innocuo dei refusi.

 

 

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Le sue storie vivevano solo nella sua testa

Di lui non si seppe più nulla per molti anni. Lo ritrovarono senza vita, una mattina fredda e nuvolosa. Giaceva riverso dentro un bosco, trafitto nella schiena da un’enorme penna biro. Fu quella la fine del nostro triste autore. Mai più nessuno avrebbe letto gli scritti di Getto che, per un tragico refuso, confondendo il gatto con il ratto, incontrò la sua rovina. E fu così che la sua penna si tramutò nella sua pena.

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E la penna divenne la sua pena

 

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Un tweet vi convertirà

In principio erano 140 caratteri. Ah no, quello era il Verbo. Ma sempre di parole si tratta. Gesù faceva storytelling con le parabole. I Dieci Comandamenti sono 10 headline memorabili. La parola è sempre stata lo strumento più potente per convincere e persuadere.

Convèrtiti, utente infedele!

Chi fa web marketing – e anche chi non lo fa – deve fare i conti con le conversioni. La conversione si ha quando un utente, raggiunto da una azienda, compie l’azione richiesta dall’azienda stessa (acquistare oggetti o servizi, cedere dati personali). Si ha la conversione, per esempio, quando una visita su una landing page si trasforma in vendita.

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Conversion of Saint Paul Artist Unknown Niedersaechsisches Landesmuseum, Hannover, Germany

In pratica è come quando il prete suona alla porta per benedirvi la casa. Se gli aprite e gli permettete di schizzare acquasanta© sul parquet e sui preziosissimi quadri che avete appesi, e se gli lasciate una mancia, allora si è avuta una conversione.

Se poi dalla domenica successiva cominciate ad andare in chiesa e a lasciare offerte, allora siete utenti fidelizzati. Et voilà, Internètt ha fatto ‘o miracolo.

Fate la religione, non fate la guerra

Il marketing usa da sempre il gergo militaresco: studiare la strategia, pianificare campagne, raggiungere il target, lanciare un prodotto (come se fosse una bomba). Il campo di battaglia è sempre stato il salotto col televisore, la strada coi cartelloni pubblicitari e il negozio con le offerte. Con gli smartphone la cosa diventa un po’ più intima. Folle di pendolari curvi sui telefoni, come penitenti in clausura chiusi su se stessi, cercano informazioni e notizie dagli amici, in una dimensione intima, quasi spirituale.

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Dal punto di vista oggettivo, l’attività di un utente ha poco di mistico e molto di misurabile: chi si occupa di monitorare l’andamento delle campagne online ha gli strumenti per fare analisi e report. Ma dal punto di vista di chi crea contenuti, la cosa ha anche altre implicazioni. Scrivere vuol dire creare. E nelle “cose creative” la logica serve a poco. Diventa obbligatorio saper toccare le corde più intime, suscitare emozioni per parlare a questi zombie (che mi fanno sempre perdere la metro un attimo prima che la porta si chiuda). Non basta che guardino la vostra pagina web: devono convertirsi da visitatori a fedeli.

Serve sensibilità, intuito e ispirazione, oltre allo studio e all’impegno che sono la base di ogni buon lavoro. Un grande in bocca al lupo a tutti i web-cosi e a chiunque si occupi di scrittura sul web.

Nb: post scritto sull’interscambio della metro tra la linea verde e la rossa.

Va’ a laurà…

Quando ti pagano a 150 giorni.

Quando dopo 20 proposte di headline il cliente sceglie il tuo “Mordi la vita”, ma poi sostituisce “mordi” con “azzanna” e per questo ritiene giusto non pagarti.

Quando fai il payoff, i testi del sito, la campagna istituzionale sul quotidiano della città e, in più, due volantini per eventi locali, ma dopo 3 mesi di lavoro ti dicono “Mi dispiace ma abbiamo tagliato il programma pubblicitario e quindi non possiamo pagare”.

Quando l’annata è stata dura e allora inizi a fantasticare su quale altro lavoro potresti fare.

Quando decidi per una svolta e vai a lavorare per un mese (gratis) nella cucina di un ristorante per imparare un mestiere.

Quando ti presenti nei cantieri edili per fare il muratore, ma il vigilante all’ingresso ti dà un consiglio quasi da amico e ti dice che “se non hai i contatti giusti è inutile presentarsi”.

Quando vai a un colloquio di lavoro come “agente immobiliare” e il losco figuro che ti esamina, dopo aver letto il tuo cv da copywriter, ti propone di rifargli il logo gratis e alla tua risposta “non sono un grafico, ma conosco brave persone che potrebbero farlo”, ti ride in faccia e fa “allora capisco perché non trovi lavoro”.

Quando all’agenzia di lavoro interinale ti presenti per la posizione di “addetto alle pulizie in uffici e banche”, ma ti dicono che non vai bene perché non hai esperienza in questo campo.

Quando pensi che “va bene qualunque lavoro purché non sia a contatto col pubblico perché sai la vergogna di trovare un ex collega che mi becca a fare il cameriere”.

Altre volte, invece, ti capita di fare un colloquio per un lavoro part time in un call center. E capita che ti prendano. E capita di scoprire che ci sono degli orari. Che se fai un quarto d’ora in più di lavoro te lo pagano. Che hai la tredicesima e la quattordicesima, ferie e malattie pagate. E capita che essere iscritti al sindacato non sia visto come un reato. E che i colleghi siano gentili, che mediamente parlino tutti almeno due lingue, che siano laureati, che abbiano viaggiato tanto e che siano leali e non abbiano come massima aspirazione l’aperitivo nel posto più “cool” (ma poi, cool de che?).

Certo, poi capita che a una festa, in palestra o in una qualsiasi altra situazione lo stronzo di turno ti chieda “che lavoro fai?” e quando gli dici che al momento oltre a fare il copywriter sei in un call center, faccia un’espressione di compatimento, come fosse una sciagura. Una macchia indelebile che non andrà più via, non dico sul curriculum, ma neanche sulla pelle.

E allora, caro creativo che non trovi lavoro o che ti fai il culo per essere sottopagato, fatti pure crescere la barba, porta pure gli occhiali dalla montatura spessa, vestiti come cavolo ti pare e rollati tutte le sigarette di tabacco che vuoi. Ma fatti due conti e non dimenticare mai il senso profondo del vecchio adagio che ha fatto grande Milano e i milanesi. Diceva pressappoco così:

Va’ a laurà, barbùn!

va a laurà barbùn

Lattine, barattoli e boccaloni

Coca-Cola lancia l’idea delle lattine personalizzate col proprio nome. Dopo qualche mese Nutella fa la stessa cosa. E parte la discussione su chi ha copiato chi. L’unica certezza è che Brunella ci aveva già pensato 10 anni fa, come spiega in questo articolo.

Brunella per Un posto al copy

Ma vorrei dire un’altra cosa. E cioè che è una vita che mettiamo le nostre facce su polo Lacoste e le chiappe dentro jeans Levi’s. E già questo m’ha sempre scatenato un moto di protesta: ma come, io devo pagare per andare in giro col tuo logo stampato gigante come fossi una pubblicità vivente? Caro brand, semmai TU devi pagare ME perché me ne vada a spasso col tuo marchio addosso.

Ma son quisquilie marginali di pensiero critico e apocalittico che hanno poco posto in questo sistema. Status symbol, moda, fashion: sono le regole del look, bellezza, e non puoi farci niente.

Eppure, questa corsa ad ammantarsi di oggetti brandizzati, non somiglia forse al comportamento dei cani che per istinto si rotolano negli escrementi per acquisire l’odore che li mimetizzerà nella boscaglia e permetterà loro di cacciare meglio le prede? Una questione di adattamento e di sopravvivenza. Perciò capisco (ma non giustifico) chi ostenta loghi e chi denigra quelli con lo smartphone di un’altra marca.

Ma quest’operazione dei nomi sulla lattina? Mi sembra che qui ci sia uno slittamento, perché si passa dal brand come feticcio che indossato potenzia la nostra individualità a un processo esattamente inverso. Col mio nome sulla lattina o sul barattolo in pratica trasferisco la mia identità al prodotto. Come cedere una parte di sovranità al marchio. Qualcosa che si sposa a perfezione con la filosofia dei marketers di oggi che vogliono il consumatore protagonista. Come ben descrive questo bel video:

Sei dunque TU il protagonista? Sei davvero TU che comandi il brand? Sicuri che il web con la sua sterzata sempre più social dia veramente potere alle persone? Non è che per caso possiamo invertire la prospettiva e vedere piuttosto un consumatore fagocitato dal brand?

Siamo immersi come sacchetti di tè in infusione in questa rete di rapporti e flussi d’informazione. Tanti piccoli ego bulimici che si gonfiano davanti a un monitor e s’ingozzano di like e di commenti. Puoi essere eroe per un giorno su Facebook e su Twitter pensando di essere bravo perché usi la piattaforma in un certo modo. Ma non stai solo usando il web a tuo vantaggio: in realtà stai lavorando per Facebook e per Twitter, e per tutti gli altri brand. E lo stai facendo gratis, regalando loro ore della tua vita. Sei una formica operaia in un formicaio. Ed è un formicaio di quelli trasparenti dove un focus group di formicofili© ti osserva tutto il giorno calando giù di tanto in tanto una mosca rinsecchita per nutrirti e osservarti. Non c’è più neanche bisogno di fare sondaggi a campione per inseguirti: sei tu che stai offrendo tutti i tuoi dati ai brand. Loro devono solo incrociarli e decidere cosa fare di te.

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E come diceva qualcuno: se un servizio è gratis, la merce sei tu.