Va’ a laurà…

Quando ti pagano a 150 giorni.

Quando dopo 20 proposte di headline il cliente sceglie il tuo “Mordi la vita”, ma poi sostituisce “mordi” con “azzanna” e per questo ritiene giusto non pagarti.

Quando fai il payoff, i testi del sito, la campagna istituzionale sul quotidiano della città e, in più, due volantini per eventi locali, ma dopo 3 mesi di lavoro ti dicono “Mi dispiace ma abbiamo tagliato il programma pubblicitario e quindi non possiamo pagare”.

Quando l’annata è stata dura e allora inizi a fantasticare su quale altro lavoro potresti fare.

Quando decidi per una svolta e vai a lavorare per un mese (gratis) nella cucina di un ristorante per imparare un mestiere.

Quando ti presenti nei cantieri edili per fare il muratore, ma il vigilante all’ingresso ti dà un consiglio quasi da amico e ti dice che “se non hai i contatti giusti è inutile presentarsi”.

Quando vai a un colloquio di lavoro come “agente immobiliare” e il losco figuro che ti esamina, dopo aver letto il tuo cv da copywriter, ti propone di rifargli il logo gratis e alla tua risposta “non sono un grafico, ma conosco brave persone che potrebbero farlo”, ti ride in faccia e fa “allora capisco perché non trovi lavoro”.

Quando all’agenzia di lavoro interinale ti presenti per la posizione di “addetto alle pulizie in uffici e banche”, ma ti dicono che non vai bene perché non hai esperienza in questo campo.

Quando pensi che “va bene qualunque lavoro purché non sia a contatto col pubblico perché sai la vergogna di trovare un ex collega che mi becca a fare il cameriere”.

Altre volte, invece, ti capita di fare un colloquio per un lavoro part time in un call center. E capita che ti prendano. E capita di scoprire che ci sono degli orari. Che se fai un quarto d’ora in più di lavoro te lo pagano. Che hai la tredicesima e la quattordicesima, ferie e malattie pagate. E capita che essere iscritti al sindacato non sia visto come un reato. E che i colleghi siano gentili, che mediamente parlino tutti almeno due lingue, che siano laureati, che abbiano viaggiato tanto e che siano leali e non abbiano come massima aspirazione l’aperitivo nel posto più “cool” (ma poi, cool de che?).

Certo, poi capita che a una festa, in palestra o in una qualsiasi altra situazione lo stronzo di turno ti chieda “che lavoro fai?” e quando gli dici che al momento oltre a fare il copywriter sei in un call center, faccia un’espressione di compatimento, come fosse una sciagura. Una macchia indelebile che non andrà più via, non dico sul curriculum, ma neanche sulla pelle.

E allora, caro creativo che non trovi lavoro o che ti fai il culo per essere sottopagato, fatti pure crescere la barba, porta pure gli occhiali dalla montatura spessa, vestiti come cavolo ti pare e rollati tutte le sigarette di tabacco che vuoi. Ma fatti due conti e non dimenticare mai il senso profondo del vecchio adagio che ha fatto grande Milano e i milanesi. Diceva pressappoco così:

Va’ a laurà, barbùn!

va a laurà barbùn

Lattine, barattoli e boccaloni

Coca-Cola lancia l’idea delle lattine personalizzate col proprio nome. Dopo qualche mese Nutella fa la stessa cosa. E parte la discussione su chi ha copiato chi. L’unica certezza è che Brunella ci aveva già pensato 10 anni fa, come spiega in questo articolo.

Brunella per Un posto al copy

Ma vorrei dire un’altra cosa. E cioè che è una vita che mettiamo le nostre facce su polo Lacoste e le chiappe dentro jeans Levi’s. E già questo m’ha sempre scatenato un moto di protesta: ma come, io devo pagare per andare in giro col tuo logo stampato gigante come fossi una pubblicità vivente? Caro brand, semmai TU devi pagare ME perché me ne vada a spasso col tuo marchio addosso.

Ma son quisquilie marginali di pensiero critico e apocalittico che hanno poco posto in questo sistema. Status symbol, moda, fashion: sono le regole del look, bellezza, e non puoi farci niente.

Eppure, questa corsa ad ammantarsi di oggetti brandizzati, non somiglia forse al comportamento dei cani che per istinto si rotolano negli escrementi per acquisire l’odore che li mimetizzerà nella boscaglia e permetterà loro di cacciare meglio le prede? Una questione di adattamento e di sopravvivenza. Perciò capisco (ma non giustifico) chi ostenta loghi e chi denigra quelli con lo smartphone di un’altra marca.

Ma quest’operazione dei nomi sulla lattina? Mi sembra che qui ci sia uno slittamento, perché si passa dal brand come feticcio che indossato potenzia la nostra individualità a un processo esattamente inverso. Col mio nome sulla lattina o sul barattolo in pratica trasferisco la mia identità al prodotto. Come cedere una parte di sovranità al marchio. Qualcosa che si sposa a perfezione con la filosofia dei marketers di oggi che vogliono il consumatore protagonista. Come ben descrive questo bel video:

Sei dunque TU il protagonista? Sei davvero TU che comandi il brand? Sicuri che il web con la sua sterzata sempre più social dia veramente potere alle persone? Non è che per caso possiamo invertire la prospettiva e vedere piuttosto un consumatore fagocitato dal brand?

Siamo immersi come sacchetti di tè in infusione in questa rete di rapporti e flussi d’informazione. Tanti piccoli ego bulimici che si gonfiano davanti a un monitor e s’ingozzano di like e di commenti. Puoi essere eroe per un giorno su Facebook e su Twitter pensando di essere bravo perché usi la piattaforma in un certo modo. Ma non stai solo usando il web a tuo vantaggio: in realtà stai lavorando per Facebook e per Twitter, e per tutti gli altri brand. E lo stai facendo gratis, regalando loro ore della tua vita. Sei una formica operaia in un formicaio. Ed è un formicaio di quelli trasparenti dove un focus group di formicofili© ti osserva tutto il giorno calando giù di tanto in tanto una mosca rinsecchita per nutrirti e osservarti. Non c’è più neanche bisogno di fare sondaggi a campione per inseguirti: sei tu che stai offrendo tutti i tuoi dati ai brand. Loro devono solo incrociarli e decidere cosa fare di te.

Tempi-moderni-mac-brand-nutella-coca-cola
E come diceva qualcuno: se un servizio è gratis, la merce sei tu.

Ma se tutti sono direttori, il lavoro chi lo fa?

Quando esce un’importante campagna pubblicitaria, si sa, bisogna “fare il comunicato”, scrivere un breve articolo che parli della campagna, del cliente, del regista e di alcune piccole questioni di marketing che tanto appassionano i lettori di siti e riviste di settore. Alla fine del comunicato non devono mai mancare i credit che, come i titoli di coda in un film, celebrano il genio di chi ha creato e prodotto un tale capolavoro. E danno una carta in più da giocarsi all’happy hour.

Ecco una tipica lista dei credit di una tipica agenzia pubblicitaria:

  • Executive Creative Director
  • Client Creative Director
  • Client Creative Director
  • Executive Account Director
  • Group Account Director
  • Client Account Director

Poi eventualmente, ma proprio se necessario, si possono inserire anche i nomi del copy e dell’art. Come avrete notato, i Client Creative Director devono essere almeno due, perché così il cliente si sente più seguito e i due direttori non litigano. Ma ci sono altre figure che lavorano in agenzia. Seri professionisti che svolgono diligentemente il loro lavoro quotidiano senza però mai salire agli onori dei credit.

Ed è giusto che anch’essi siano celebrati come si deve.

Receptionst Director

Donna delle pulizie Director

Stampante fotocopiatrice Director

Macchinetta del caffè Director

La semplicità fatta DEM

Regola d’oro: fare le cose semplici. Ho ricevuto una email che ha subito catturato la mia attenzione. Si faceva notare semplicemente perché non urlava. Cosa aveva di straordinario? Un oggetto che dice in modo chiaro e diretto cosa ti stanno offrendo. Un visual fatto a mano, che sta a pennello con il logo. Un’offerta utile (Dropbox è spazio web sempre disponibile) con una meccanica semplicissima basata sul passaparola. Ecco il direct email marketing come dovrebbe essere.

Opinioni di un freelance

Un bell’articolo di Ashley Morrison sull’opportunità o meno per un copywriter freelance (e per i comunicatori professionisti in generale) di esprimere le proprie opinioni quando si lavora per un cliente.

Qui c’è l’articolo.

Letture a margine consigliate: